Category Archives: COMMENTO LETTURE 2018

L’ineffabile luce di Dio per noi mendicanti di senso

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25.2.2018

La Quaresima ci sorprende con il Vangelo della Trasfigurazione, pieno di sole e di luce, che mette ali alla nostra speranza. Una pagina di teologia per immagini: si tratta di vedere Gesù come il sole della nostra vita, e la nostra vita muoversi sotto il sole di Dio. Gesù chiama di nuovo con sé i primi chiamati: tutto è narrato dal punto di vista dei discepoli, di ciò che accade loro, del percorso che loro e noi possiamo compiere per giungere a godere la bellezza della luce. Li porta su di un alto monte e fu trasfigurato davanti a loro: i monti nella Bibbia sono dimora di Dio, ma offrono anche la possibilità di uno sguardo nuovo sul mondo, colto da una nuova angolatura, osservato dall’alto, da un punto di vista inedito, il punto di vista di Dio.

La nostra comprensione, la nostra intelligenza, la nostra luce non ci bastano, le cose attorno a noi non sono chiare, la storia e i sentieri del futuro per nulla evidenti. Come Pietro e i suoi due compagni, anche noi siamo mendicanti di luce, mendicanti di senso e di cielo. E la fede che cerchiamo è «visione nuova delle cose» (G. Vannucci), «vedere il mondo in altra luce» (M. Zambrano).

Pietro ci apre la strada con la sua esclamazione straordinaria: maestro che bello qui! E vorrei, balbettando come il primo dei discepoli, dire che anch’io ho sfiorato, qualche volta almeno, la bellezza del credere. Che anche per me credere è stato acquisire bellezza del vivere. La fede viva discende da uno stupore, da un innamoramento, da un «che bello!» che trema negli occhi e nella voce. La forza del cuore di Pietro è la scoperta della bellezza di Gesù, da lì viene la spinta ad agire (facciamo, qui, subito…). Succede anche a me: la vita non avanza per ordini o divieti, ma per una seduzione. E la seduzione nasce da una bellezza, almeno intravista, anche se per poco, anche solo la freccia di un istante: il volto bello di Gesù, sguardo gettato sull’abisso di Dio. Guardano i tre, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.

Venne dal cielo una nube, e dalla nube una voce: ascoltate lui. Gesù è la Voce diventata volto. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù. E per noi cercatori di luce è tracciata la strada maestra: ascoltatelo, dare tempo e cuore alla Parola, fino a che diventi carne e vita. E poi seguirlo, amando le cose che lui amava, preferendo coloro che lui preferiva, rifiutando ciò che lui rifiutava. Allora vedremo la goccia di luce nascosta nel cuore vivo di tutte le cose, vedremo un germoglio di luce spuntare e arrampicarsi in noi.

Ermes Ronchi

 

Quaresima, cammino di Santità

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18.2.2018

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

La prima lettura racconta di un Dio che inventa l’arcobaleno, questo abbraccio lucente tra cielo e terra, che reinventa la comunione con ogni essere che vive in ogni carne. Questo Dio non ti lascerà mai. Tu lo puoi lasciare, ma lui no, non ti lascerà mai.

Il Vangelo di Marco non riporta, a differenza di Luca e Matteo, il contenuto delle tentazioni di Gesù, ma ci ricorda l’essenziale: e subito lo Spirito lo sospinse nel deserto, e nel deserto rimase quaranta giorni tentato da Satana. In questo luogo simbolico Gesù gioca la partita decisiva, questione di vita o di morte. Che tipo di Messia sarà? Venuto per essere servito o per servire? Per avere, salire, comandare, o per scendere, avvicinarsi, offrire?

La tentazione è sempre una scelta tra due vite, anzi tra due amori. E, senza scegliere, non vivi. «Togliete le tentazioni e nessuno si salverà più» (Abba Antonio del deserto), perché verrebbe a mancare il grande gioco della libertà. Quello che apre tutta la sezione della legge nella Bibbia: io metto davanti a te la vita e la morte, scegli! Il primo di tutti i comandamento è un decreto di libertà: scegli! Non restare inerte, passivo, sdraiato. Ed è come una supplica che Dio stesso rivolge all’uomo: scegli, ti prego, la vita! (Dt 30,19).

Che poi significa «scegli sempre l’umano contro il disumano» (David Maria Turoldo), scegli sempre ciò che costruisce e fa crescere la vita tua e degli altri in umanità e dignità.
Dal deserto prende avvio l’annuncio di Gesù, il suo sogno di vita. La primavera, nostra e di Dio, non si lascia sgomentare da nessun deserto, da nessun abisso di pietre. Dopo che Giovanni fu arrestato Gesù andò nella Galilea proclamando il Vangelo di Dio. E diceva: il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo.

Il contenuto dell’annuncio è il Vangelo di Dio. Dio come una bella notizia. Non era ovvio per niente. Non tutta la Bibbia è Vangelo; non tutta è bella, gioiosa notizia; alle volte è minaccia e giudizio, spesso è precetto e ingiunzione. Ma la caratteristica originale del rabbi di Nazaret è annunciare il Vangelo, una parola che conforta la vita: Dio si è fatto vicino, e con lui sono possibili cieli e terra nuovi.

Gesù passa e dietro di lui, sulle strade e nei villaggi, resta una scia di pollini di Vangelo, un’eco in cui vibra il sapore bello e buono della gioia: è possibile vivere meglio, un mondo come Dio

lo sogna, una storia altra e quel rabbi sembra conoscerne il segreto.

Convertitevi… Come a dire: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Ed è come il movimento continuo del girasole, il suo orientarsi tenace verso la pazienza e la bellezza della luce. Verso il Dio di Gesù, e il suo volto di luce.

Ermes Ronchi

 

Dio si incontra soltanto nell’umiltà

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4.2.2018

Come leggere il dramma umano della sofferenza alla luce della fede? È questo il tema centrale delle Letture di questa domenica. Infatti, nella prima Lettura, Giobbe grida il suo dolore per la sua sofferenza, mentre il Vangelo ci narra della “reazione di guarigione” da parte di Gesù quando gli portano «molti affetti da varie malattie».

Tutto il libro di Giobbe mostra che è legittimo gridare la propria rabbia per il male che si vive. Giobbe arriva quasi a bestemmiare Dio per la sua sofferenza, contestando i suoi amici religiosissimi, che gli predicavano rassegnazione e obbedienza alla “volontà di Dio”. E, alla fine del libro, Dio sanzionerà che solo Giobbe ha detto cose rette di lui (cfr. Gb 42,7).

La fede non comporta l’accettazione supina e vittimale di ogni tipo di sofferenza. Mai, nella Bibbia, si dice che Dio mandi le sofferenze, oppure che “si serva” di esse per far capire qualche cosa all’uomo. In molte espressione dei Salmi, preghiere modello della fede, l’uomo “si sfoga” con Dio per il dolore che sta patendo; come si fa, in genere, con le persone più vicine e intime. È un appello al Signore per sentirsi tenuti per mano da Lui quando si patisce, a sentirlo vicino: è questo il sollievo che si cerca. Quindi non solo Giobbe, ma anche altri abbondanti testi biblici insistono nel mostrarci che la fede vera non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che ci avvicini di più a Dio.

Stupisce che, dopo tanti secoli, ancora oggi sia radicata una certa istintiva convinzione e una certa predicazione che ci sia in qualche modo Dio dietro al male che si soffre. Invece, Dio è tutto e solo bene, e vita che splende: non è in grado in nessun modo di concepire qualcosa di negativo, nemmeno come mezzo: patisce Lui, purché non patiscano i suoi figli, questo è il senso della croce di Gesù.

Anche Gesù non ha mai dato valore positivo al dolore. Di fronte alla sofferenza umana ha sempre mostrato tanta compassione – fino alle lacrime – e tanto impegno nel volerla sconfiggere: attraverso i segni di guarigione. Così l’inizio del suo ministero pubblico, nel Vangelo di Marco, è contraddistinto prima dal dare nuovo senso alla dimensione sacra della sinagoga e del sabato, come realizzazione del vero culto che è liberazione dell’uomo dallo spirito negativo che lo imprigiona; e poi dal dare nuovo senso anche alla dimensione feriale, quella rappresentata dalla casa di Pietro, dove compie, appunto, il gesto della guarigione della suocera dell’apostolo. Gesti che assumono dunque valore programmatico, perché costituiscono i primi segni del suo annuncio del Regno: per umanizzare l’uomo, Gesù viene a liberarlo dalla sofferenza, non a schiacciarlo nella rassegnazione.

«Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni»: Gesù non è venuto ad opprimere l’uomo con nuove pretese religiose, ma a liberarlo dai mali, fisici e interiori, che lo fanno soffrire. Ci capita di ripetere spesso la frase di un vescovo: «Nel mondo c’è più sofferenza che peccato».

Anche oggi il Figlio di Dio vuole farsi presente e all’opera dove più c’è l’esistenza dell’uomo: nelle sue ferite. Egli vuole aprire i cuori degli uomini perché si facciano suoi occhi, suo cuore, sue mani nei confronti di chi soffre: i samaritani del buon Samaritano, perché nessuno rimanga abbandonato lungo la strada a soffrire. Per questo i cristiani devono essere cittadini del mondo: laddove c’è la pena di un uomo, lì si è di casa, perché lì c’è l’appello del Signore a farsi prossimi, lì si ascolta la sua voce a vivere la carità e si vede la sua volontà di cura, non di sofferenza.

Oggi c’è poca fede non perché si svuotano le chiese, ma perché si svuotano i cuori.

All’inizio del nuovo giorno, Gesù si ritira in un luogo solitario a pregare, dice il racconto di Marco. I discepoli lo vanno a cercare e lo invitano a tornare in città dove l’aspettano nuove guarigioni. Ma Gesù si avvia, pellegrino, verso altri luoghi.

Due elementi mettono un limite alla sua attività di guarigione. Il primo è la necessità di attingere forza dal rapporto orante con il Padre, senza del quale anche le opere più significative diventano vuoto attivismo. Questa attenzione è una delle cose raccomandate da papa Francesco alla Chiesa italiana. Soprattutto oggi, che i pastori devono occuparsi di più comunità, si rischia di farsi prendere ed espropriare dalle molte cose da fare. C’è da ricordare che Gesù, prima di guarire la suocera di Pietro, le si è avvicinato e l’ha fatta alzare prendendola per mano: la cosa più importante è il contatto personale con le persone, farle sentire che in quel momento si è del tutto per loro, e non con il pensiero rivolto già alle prossime cose da fare. Questo contatto personale ha una forza di guarigione più grande della moltiplicazione delle Messe per non scontentare nessuno.

La seconda ragione è che Gesù si sottrae al rischio di diventare il semplice fornitore di miracoli di guarigione. Egli può prendersi cura dell’uomo perché si prende cura del suo rapporto con il Padre, da cui trae la forza necessaria che è l’amore. Solo così i gesti che Egli compie non sono semplice soddisfazione del bisogno dell’uomo, ma segni della vicinanza di Dio all’uomo e alla sua condizione di sofferenza: diventano “sacramenti”, che indicano, dentro i gesti umani più belli della cura dell’altro, la tenerezza di Dio per la fragilità delle sue creature e dei suoi figli.

Alberto Vianello

 

 

 

Insegnava loro come uno che ha autorità

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28.1.2018

Nella prima Lettura di questa domenica viene annunciata “l’istituzione” della figura del profeta. Il suo ministero sarà di portare la parola di Dio al popolo. Israele ha visto che ascoltare direttamente il Signore è grande e tremendo: è un vortice d’amore che ti prende e ti trasforma dalla testa ai piedi. Un’esperienza tanto vertiginosa ha ispirato prudenza, alla quale Dio accondiscende: «”Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, – dice il popolo – e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”. Il Signore mi rispose – dice Mose – : “Quello che hanno detto va bene. Io susciterò loro un profeta e gli porrò in bocca le mie parole”». Perciò l’esperienza di Dio è mediata attraverso le parole del profeta: la parola di Dio è vestita di parole umane. Per questo motivo è necessario un lavoro di interpretazione di tali parole, perché esse vengono da un tempo e da una cultura umana che non appartengono più all’uomo contemporaneo.

Due derive rischiano, oggi, di non fare accostare la gente alla parola di Dio e quindi alla fede. La prima è la lettura solo letterale della Scrittura: essa impedisce di svestire la parola di Dio della parola umana. La seconda è la rinuncia ad accostarsi alla Parola perché la si considera difficile e perciò riservata ai soli iniziati allo studio. […]

Dio dice: «Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli». Papa Francesco configura il pastore della Chiesa come colui che ha la sensibilità e la conoscenza della Parola e, insieme, ha la sensibilità e la conoscenza della sua gente: in perfetta linea con la figura del profeta nell’Antico Testamento e con la figura di Gesù, il profeta pari e superiore a Mosé, perché è ancora più «in mezzo» e i suoi fratelli uomini ed è ancora più vestito della parola di Dio, tanto da dirla con tutta la sua carne. […]

Il Vangelo, nel racconto di Gesù che guarisce un malato, ci mostra proprio questa Parola – così mediata dalla sua umanità e pur potente – mentre agisce nell’uomo. E questo, dice Marco, è il modo in cui Gesù insegnava: «Come uno che ha autorità… un insegnamento nuovo, dato con autorità», dice la gente.

La malattia in questione è particolare: «Un uomo posseduto da uno spirito impuro». Sotto questa categoria si mettevano tutti i fenomeni che portavano le persone a comportarsi in maniera strana; azioni nelle quali l’uomo non può essere se stesso: è proprio uno spirito estraneo e negativo che lo condiziona. Questo spirito nell’uomo riconosce la realtà di Gesù: «Io so chi tu sei: il Santo di Dio!». Potremmo dire che sa a perfezione il catechismo. Ma l’influenza negativa di questo spirito si mostra nel rifiutare qualsiasi coinvolgimento: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?». Si può anche confessare in maniera perfetta la fede, ma questo non vuol dire di essersi posti dalla parte del Signore. Solo una reale sequela può farci dire di camminare con Gesù. Sia il Vangelo che la nostra esperienza si mostrano che tante persone bollate come “lontane” sono capaci di lasciarsi prendere dal Signore. Mentre altre, che dicono tanto riguardo alla fede, in verità rischiano di mostrare l’opposto. La Chiesa deve essere più coraggiosa: da una parte, nell’avere le braccia aperte per accogliere senza pregiudizi religiosi tutti quelli che si pongono in cammino. Dall’altra, nel sapere riprendere un certo tono forte di Giovanni Battista: «Razza di vipere! Fate un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “abbiamo Abramo per padre!”» (Mt 3,7-8). Questo per smuovere le coscienze di chi, per certi versi, ha un po’ delle caratteristiche di questo spirito impuro. Spero di non essere troppo polemico riportando proprio in questo contesto del commento, una constatazione degli esegeti: pare che quest’uomo posseduto da uno spirito immondo frequentasse regolarmente la sinagoga.

La parola di Gesù guarisce quest’uomo, ma facendo venir fuori il male: «Lo spirito impuro straziandolo e gridando forte, uscì da lui». Nel brano parallelo, Luca dice invece che uscì «senza fargli alcun male». Il racconto così colorito di Marco ci suggerisce allora che la prima azione benefica è far venire alla luce un male che diventava ancor più male perché veniva tenuto soffocato. La parola di Gesù può anche far male, ma serve per far venire alla luce ciò che si tiene nascosto per timore di affrontarlo. Una volta in evidenza, il male può essere combattuto e vinto, separando il male stesso da chi ne è posseduto e quindi vinto. La Parola non condanna mai la persona: la avvia, invece, in un percorso di liberazione. […]

 

Alberto Vianello

 

 

 

     Carnevale in arrivo: festa per i bambini e per i grandi!

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Il Carnevale, periodo prima della Quaresima, può essere accolto come un momento gioioso da vivere con le persone amiche e godere dell’amicizia fraterna. Viviamo allora, anche questo, come un tempo donato dal Signore:

  • 8 febbraio: Festa di Carnevale con i bambini e genitori della Scuola Materna “Ai nostri Caduti” alle ore 14.30
  • 10 febbraio: Festa di Carnevale con le Famiglie della Comunità presso l’oratorio, la sera
  • 11 febbraio: la 4° superiore di Azione Cattolica organizza una festa di Carnevale dove sono invitati i ragazzi dalla 3 media in sù, invitati anche i ragazzi di ACG di S. Bertilla. Presenti don Paolo e gli animatori.