Monthly Archives: settembre 2013

Domande mal poste sui diritti dei conviventi

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di Pierluigi Guidolin

DA LA VITA DEL POPOLO

 

Si racconta in una barzelletta di due

gesuiti che si chiedono: “Si può fumare

mentre si prega?”, “certo che no!”. “Ma si

può pregare mentre si fuma?”, “Beh, sì”.

Questa battuta ci segnala che ogni questione

può cambiare a seconda di come la si guardi.

Chi di noi vuole negare la parità dei diritti?

Solitamente nessuno, nel nostro contesto

ormai tutto ciò non viene messo in

discussione. Chi di noi vuole negare la libertà

alle persone? Ancora una volta nessuno.

E allora perché i cattolici non concordano

con la parità dei diritti dei conviventi rispetto

alle coppie sposate? Perché non vogliono che

anche gli omosessuali si sposino? Perché non

lasciano le persone libere di decidere se

abortire o no? Perché vogliono impedire che

una persona possa scegliere di concludere la

sua vita se questa non è più degna di essere

vissuta? Come possono i cattolici pretendere

di ridurre i diritti e la libertà degli altri?

Messa così, la posizione dei cattolici non è

sostenibile e la maggioranza delle gente

afferma che sono i cattolici a dover

cambiare. Ma queste domande sono

appositamente poste male, per raggiungere i

propri obiettivi.

 

Prendiamo il caso dei conviventi che

desiderano avere gli stessi diritti degli

sposati: perché dovrebbero avere gli stessi

diritti due realtà diverse? Il codice stradale

prevede che non tutti i conducenti abbiano

gli stessi diritti: il camionista ha limiti di

velocità diversi dall’automobilista, il ciclista

non può andare in autostrada, il tranviere

non può uscire dalle rotaie. Non mi pare che

abbia senso chiedere gli stessi diritti per

costoro, se uno lo facesse sarebbe

considerato stolto.

 

Approfondiamo: perché ci si sposa?

Perché si vuole dare a quell’unione un

carattere ufficiale, fissato da un contratto

valido per legge che garantisca i diritti e

doveri di ciascuno, specialmente della

parte più debole e perciò dei figli e della

moglie. Non si tratta immediatamente di

religione o di cattolicesimo; i matrimoni

sono esistiti per gli egizi e per i mongoli,

per i cinesi e gli indiani d‘America, per le

tribù africane e la civiltà Maya. Magari

cambiano i modi di intendere il

matrimonio, come nel matriarcato o nella

poligamia, ma è così da sempre e in ogni

cultura. Per i credenti il matrimonio è

anche (soprattutto) altro, ma non è questa

la questione.

 

E perché si convive? Per vivere un’unione

non vincolata da contratti sociali ufficiali,

cioè per fare come si vuole e quando si

vuole. I motivi possono essere rispettabili:

il desiderio di provare a stare insieme in

vista di un’unione sponsale più avanti, il

timore di fare la fine di altre coppie sposate

poi separatesi. Resta tutto da dimostrare

che la scelta di convivere possa dare

soluzione a tali questioni, ma non è questo

il punto. Dobbiamo invece chiederci:

quando un convivente si ammala, l’altro ha

il dovere di assisterlo? Non è tenuto a farlo.

Quando uno dei due decide di chiudere la

convivenza chi difende la parte più

debole? Nessuno. Allora perché dare gli

stessi diritti a chi non vuole le stesse

responsabilità, gli stessi doveri?

 

Ma di quali diritti si parla, poi? Nessuno lo

dice, mai. E si tace sui diritti che già hanno

i conviventi. Anche una coppia convivente

può godere dei diritti legati all’eredità, una

volta che uno dei due è deceduto, basta

che si faccia un atto dal notaio. Tutti

sappiamo che anche la coppia convivente

può riconoscere i figli, è sufficiente un

documento in comune. La

legge stabilisce che i figli

dei conviventi abbiano lo

stesso trattamento per

quanto riguarda gli assegni

famigliari. In caso di

assistenza in ospedale il

convivente potrà esibire la

certificazione di famiglia

anagrafica per vincoli

affettivi e pretendere lo

stesso trattamento

assicurato al coniuge e ai

parenti.

L’elenco dei diritti potrebbe

continuare, ma forse vale

la pena soffermarsi a

osservare che per ognuna

di queste questioni è

richiesto un atto, una

certificazione cioè un contratto che

stabilisca di chi e di cosa si tratti. E’

inevitabile, si sfugge dal contratto del

matrimonio perché non lascia liberi e ci si

trova con altri contratti per sancire diritti.

E’ un caso o la logica conseguenza del

vivere civile?

Pare che non ci siano motivi validi per

uniformare la convivenza al matrimonio

se non quello di diminuire il senso del

matrimonio, ma questa non è questione

di diritto, questa è ideologia.

 

Lettera ai catechisti

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Ripartiamo da Cristo

Spinea, ottobre 2013

Cari catechisti,

sono felice che nell’Anno della fede ci sia questo incontro per voi: la catechesi è un pilastro per l’educazione della fede, e ci vogliono buoni catechisti! Grazie di questo servizio alla Chiesa e nella Chiesa. Anche se a volte può essere difficile, si lavora tanto, ci si impegna e non si vedono i risultati voluti, educare nella fede è bello! Aiutare i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti a conoscere e ad amare sempre di più il Signore è una delle avventure educative più belle, si costruisce la Chiesa! “Essere” catechisti! Badate bene, non ho detto “fare” i catechisti, ma “esserlo”, perché coinvolge la vita. Si guida all’incontro con Gesù con le parole e con la vita, con la testimonianza. Ed “essere” catechisti chiede amore, amore sempre più forte a Cristo, amore al suo popolo santo. E questo amore, necessariamente, parte da Cristo.

Che cosa significa questo ripartire da Cristo per un catechista, per voi, anche per me, perché anch’io sono catechista?

1. Prima di tutto ripartire da Cristo significa avere familiarità con Lui. Gesù lo raccomanda con insistenza ai discepoli nell’Ultima Cena, quando si avvia a vivere il dono più alto di amore, il sacrificio della Croce. Gesù utilizza l’immagine della vite e dei tralci e dice: rimanete nel mio amore, rimanete attaccati a me, come il tralcio è attaccato alla vite. Se siamo uniti a Lui possiamo portare frutto, e questa è la familiarità con Cristo.

La prima cosa, per un discepolo, è stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. E questo vale sempre, è un cammino che dura tutta la vita! Per me, ad esempio, è molto importante rimanere davanti al Tabernacolo; è uno stare alla presenza del Signore, lasciarsi guardare da Lui.

E questo scalda il cuore, tiene acceso il fuoco dell’amicizia, ti fa sentire che Lui veramente ti guarda, ti è vicino e ti vuole bene. Capisco che per voi non è così semplice: specialmente per chi è sposato e ha figli, è difficile trovare un tempo lungo di calma. Ma, grazie a Dio, non è necessario fare tutti nello stesso modo; nella Chiesa c’è varietà di vocazioni e varietà di forme spirituali; l’importante è trovare il modo adatto per stare con il Signore; e questo si può, è possibile in ogni stato di vita. In questo momento ognuno può domandarsi: come vivo io questo “stare” con Gesù? Ho dei momenti in cui rimango alla sua presenza, in silenzio, mi lascio guardare da Lui? Lascio che il suo fuoco riscaldi il mio cuore? Se nel nostro cuore non c’è il calore di Dio, del suo amore, della sua tenerezza, come possiamo noi, poveri peccatori, riscaldare i cuori degli altri?

2. Il secondo elemento è questo: ripartire da Cristo significa imitarlo nell’uscire da sé e andare incontro all’altro. Questa è un’esperienza bella, e un po’ paradossale. Perché? Perché chi mette al centro della propria vita Cristo si decentra! Più ti unisci a Gesù e Lui diventa il centro della tua vita, più Lui ti fa uscire da te stesso, ti decentra e ti apre agli altri. Questo è il vero dinamismo dell’amore, questo è il movimento di Dio stesso! Dio è il centro, ma è sempre dono di sé, relazione, vita che si comunica… Così diventiamo anche noi se rimaniamo uniti a Cristo, Lui ci fa entrare in questo dinamismo dell’amore. Dove c’è vera vita in Cristo, c’è apertura all’altro, c’è uscita da sé per andare incontro all’altro nel nome di Cristo.

Il cuore del catechista vive sempre questo movimento di “sistole – diastole”: unione con Gesù – incontro con l’altro. Sistole – diastole. Se manca uno di questi due movimenti non batte più, non vive. Riceve in dono il kerigma, e a sua volta lo offre in dono. E’ così nella natura stessa del kerigma: è un dono che genera missione, che spinge sempre oltre se stessi. San Paolo diceva: «L’amore di Cristo ci spinge», ma quel “ci spinge” si può tradurre anche “ci possiede”. E’ così: l’amore ti attira e ti invia, ti prende e ti dona agli altri. In questa tensione si muove il cuore del cristiano, in particolare il cuore del catechista. Chiediamoci tutti: è così che batte il mio cuore di catechista: unione con Gesù e incontro con l’altro? Si alimenta nel rapporto con Lui, ma per portarlo agli altri? Vi dico una cosa: non capisco come un catechista possa rimanere fermo, senza questo movimento.

3. E il terzo elemento sta sempre in questa linea: ripartire da Cristo significa non aver paura di andare con Lui nelle periferie. Qui mi viene in mente la storia di Giona, una figura davvero interessante, specialmente nei nostri tempi di cambiamenti e di incertezza. Giona è un uomo pio, con una vita tranquilla e ordinata; questo lo porta ad avere i suoi schemi ben chiari e a giudicare tutto e tutti con questi schemi, in modo rigido. Perciò quando il Signore lo chiama e gli dice di andare a predicare a Ninive, la grande città pagana, Giona non se la sente. Ninive è al di fuori dei suoi schemi, è alla periferia del suo mondo. E allora scappa, fugge via, si imbarca su una nave che va lontano. Andate a rileggere il Libro di Giona! E’ breve, ma è una parabola molto istruttiva, specialmente per noi che siamo nella Chiesa.

Che cosa ci insegna? Ci insegna a non aver paura di uscire dai nostri schemi per seguire Dio, perché Dio va sempre oltre, Dio non ha paura delle periferie. Dio è sempre fedele, è creativo, non è chiuso, e per questo non è mai rigido, ci accoglie, ci viene incontro, ci comprende. Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. Per rimanere con Dio bisogna saper uscire, non aver paura di uscire. Se un catechista si lascia prendere dalla paura, è un codardo; se un catechista se ne sta tranquillo finisce per essere una statua da museo; se un catechista è rigido diventa incartapecorito e sterile. Vi domando: qualcuno di voi vuole essere codardo, statua da museo o sterile?

Ma attenzione! Gesù non dice: andate, arrangiatevi. No! Gesù dice: Andate, io sono con voi!

Questa è la nostra bellezza e la nostra forza: se noi andiamo, se noi usciamo a portare il suo Vangelo con amore, con vero spirito apostolico, con parresia, Lui cammina con noi, ci precede, ci “primerea” sempre. Ormai avete imparato il senso di questa parola. E questo è fondamentale per noi: Dio sempre ci precede! Quando noi pensiamo di andare lontano, in una estrema periferia, e forse abbiamo un po’ di timore, in realtà Lui è già là: Gesù ci aspetta nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima senza fede. Gesù è lì, in quel fratello. Lui sempre ci precede.

Cari catechisti, vi dico grazie per quello che fate, ma soprattutto perché ci siete nella Chiesa, nel Popolo di Dio in cammino. Rimaniamo con Cristo, cerchiamo di essere sempre più una cosa sola con Lui; seguiamolo, imitiamolo nel suo movimento d’amore, nel suo andare incontro all’uomo; e usciamo, apriamo le porte, abbiamo l’audacia di tracciare strade nuove per l’annuncio del Vangelo.

Il Signore vi benedica e la Madonna vi accompagni.

Don Antonio Genovese

 

“SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO”

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SPINEA 29.9.2013 – Questo è il titolo della nuova Lettera Pastorale che il nostro Vescovo Gianfranco Agostino ci ha consegnato alla meditazione per quest’anno. Cristiani adulti per una Chiesa adulta, riscoprendo il nostro battesimo. Che ne abbiamo fatto del nostro battesimo? Quale comprensione abbiamo di esso? Come lo viviamo? Quale investimento arricchendo la fede, la speranza e la carità? Ci viene chiesto di avere una fede adulta, una fede che sappia declinare la vita, le idee, le scelte, il parlare e l’agire, una fede che sappia dare risposta alle domande degli uomini che portano dentro ed in ogni caso che sappia inquietare e portare serenità profonda all’uomo di oggi inquieto e in crisi. Tante volte ci capita di preparare al battesimo tanti genitori. Ed è una cosa bellissima, perché chiede anche a noi di interrogarci sulla bellezza di un dono che è questo sacramento, ma è tale perché fa entrare in relazione con il Signore, con la Chiesa, apre alla vita di grazia, di amore di Gesù, del Padre e dello Spirito Santo. Gesù alla Samaritana fa dono dall’acqua che disseta eternamente, un’acqua che libera e dona vita e gioia in abbondanza. Di quest’acqua abbiamo bisogno anche noi; di chi ci ridona la dignità persa per il peccato e il male abbiamo desiderio ardente, anche se non sempre consapevole perché distratti da tante cose.

Il dono di Dio è Suo Figlio, è la Persona di Gesù vero Dio e vero uomo, che si è fatto vicino a noi, ha condiviso la fatica ed il sacrificio, tutto in e per noi. Essere battezzati significa riscoprire questo dono e questo compito, ma prima è e rimane dono molto più grande di quello che pensiamo. Mediteremo su questo aiutati anche dalla mostra su Giotto che ammireremo dal 12 al 27 ottobre nella Chiesetta di san Leonardo. Una mostra che riproduce la Cappella degli Scrovegni a Padova dove Giotto affrescò scene del Vangelo. Visitiamolo, merita davvero ci aiuterà nella fede! La mostra è già segno della collaborazione tra le tre nostre Parrocchie.

Don Antonio Genovese

 

 

Avvisi dal 29 settembre al 6 ottobre 2013

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–    Domenica 29 settembre: alla S. Messa delle 11.30: battesimo di Marcello, Antonio e Riccardo.

–  Festa dell’Uva al Graspo d’uva.

–  Lunedì 30 settembre: dalle 17.30 alle 18.30: Adorazione Eucaristica e

Santa Messa.

–  alle 20.30 incontro catechiste di 3ª elementare.

–  Martedì 1 ottobre: inizia il mese del rosario; alle 18.00 prima della S. Messa.

–  Mercoledì 2 ottobre: festa degli Angeli custodi; alle 15.30 celebrazione in Chiesa con i bambini della scuola materna e quanti vogliono invocare sui figli la protezione degli Angeli.

–  Giovedì 3 ottobre: ritiro sacerdoti a Treviso in mattinata.

–  alle 20.45: incontro di inizio anno pastorale per tutti gli operatori pastorali (comprese le corali) in salone GPII con la presenza di don Francesco Pesce.

–  Venerdì 4 ottobre: alle 20.45 incontro Consiglio della Collaborazione Pastorale.

–  Domenica 6 ottobre: al Graspo 9.30: S. Messa e 25° di sacerdozio di Padre Siro Sechet; poi processione con la Madonna del Rosario attorno alla piazzetta antistante il Centro Comunitario, per benedire anche la Scuola  incendiata giorni fa.

–  Domenica 6 ottobre: alla Messa delle 10.30: battesimo di un bambino.

–  Domenica 6 ottobre: Mostra – vendita del libro.

–  Giovedì 10 ottobre: Dalle ore 14.30: inizio doposcuola per le medie.

–  Sabato 12 ottobre: Raccolta Caritas di vestiario ed oggetti in cuoio entro le ore 10.00 (già dal venerdì davanti al campanile).

–  Inizio catechismo: con la S. Messa delle ore 9.15 al Centro del 13 ottobre e nei quartieri; e poi nella settimana. (la 2ª elementare dal 4 novembre).

–  Domenica 20 ottobre: Celebrazione comunitaria degli anniversari dei matrimoni  alla S. Messa delle 10.30 (dai 5, 10, 15, … anni); iscrizioni in Canonica.

–     Il Corso fidanzati inizia l’8 novembre qui a S. Vito. Iscrizioni il 30 ottobre e il 6 novembre in oratorio, dalle ore 20.45 alle 22.00.

 

Con cuore aperto ed accogliente

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COMMENTO AL VANGELO DEL 29.9.2013

 

Vangelo del 29.9.2013– Un grande abisso divide il mondo, come descrive il racconto evangelico, tra chi ha e chi non ha, tra ricchi e poveri.

La parola del profeta Amos, inascoltata, risuona sempre attuale come monito alle nazioni, ma anche a ciascuno personalmente.

Il ricco ignora il povero, i beni l’hanno accecato. Scopo della parabola non è incutere un sia pur salutare timore di quello che sarà di noi dopo la morte, quanto suscitare atteggiamenti di apertura e di accoglienza simili a quelli di Cristo, nella linea dello stile di Dio che ricolma di beni gli affamati e manda i ricchi a mani vuote.

La prospettiva della risurrezione e del regno per cui Cristo ci attende illumina le nostre scelte quotidiane e i nostri rapporti con quanti sono poveri.